GIOVANNI BATTISTA PERGOLESI

LA VICENDA BIOGRAFICA
Francesco Degrada

Giovanni Battista Pergolesi
 fu forse il primo musicista che raggiunse in brevissimo tempo fama universale in ogni più sperduto angolo d’Europa e presso ogni ordine di pubblico. Certo, fu il primo sul quale si esercitò, in misura sino a quel momento sconosciuta, l’interesse dell’ambiente musicale e in senso più vasto culturale e mondano, il primo la cui figura umana venne in un certo modo isolata dalle sue opere e fatta oggetto di affettuosa e commossa idealizzazione da parte del pubblico, che volle costruirsi attraverso la sua musica un’immagine per proprio uso e consumo, astratta e fittizia nel suo manierato simbolismo. La risonanza raggiunta nei cinque-sei febbrili anni di attività (dal 1730 circa al 1736, quando Pergolesi si spense a soli ventisei anni) fu sanzionata, sul piano internazionale, dalla cosidetta “Querelle des bouffons” durante la quale gli Enciclopedisti fecero delle sue opere e in particolare della Serva padrona un vessillo contro l’arte ufficiale dell’Ancien Regime. Essi ne esaltarono le caratteristiche di spontaneità, di chiarezza e di naturalezza, che sembravano incarnare, appunto, il senso di un demistificante ritorno dalla convenzione e dalla moda alla natura. “Pergolesi nacque e la verità fu rivelata”, secondo la significativa, lapidaria sentenza di un musicista dell’epoca, Modeste Gretry. Ma dopo questa parentesi, che fu essa stessa una forzatura del significato dell’arte pergolesina, il collimare di certi aspetti del suo intimismo patetico con tendenze e atteggiamenti della sensibilità preromantica e romantica, la leggenda infine, formatasi sotto lo stimolo di suggestioni squisitamente letterarie, del musicista «grand et malhereux», geniale e infelice, dell’artista perseguitato per eminenza di natura e d’ingegno dagli uomini e dal destino, finirono per sottrarre Pergolesi alla sua più reale dimensione estetica per farne un’idea o un simbolo lirico del preromanticismo europeo. Si finì, in tal modo, per accentuare esageratamente certe componenti dell’arte pergolesiana, specie quelle più scopertamente sentimentali, ignorandone altre, non meno importanti. E poiché molte sue opere non giustificavano l’oleografica immagine che il pubblico si era fatto del musicista, parve naturale attribuirgliene arbitrariamente altre, che meglio parevano adattarsi a questa fittizia immagine critica. Fu questa una delle ragioni, certo non la sola, che produsse un fenomeno molto curioso per l’epoca, ossia il fiorire di centinaia di apocrifi: opere prodotte da musicisti di minor levatura o semplicemente di minor fama, quando non addirittura da speculatori e da veri e propri falsari, che vennero spacciate per composizioni pergolesiane. Solo negli ultimi decenni la musicologia ha fatto giustizia di queste false attribuzioni, ricostituendo un corpus di opere indubbiamente autentiche e riportando la biografia di Pergolesi alla dimensione dei fatti, sottraendola alla deformazione del mito.

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